Adoro passare inutili ore a giocare con i codici computereschi, di cui capisco poco ma che mi affascinanoanoano tantissimo anche e soprattutto poiché di quello il quale.
Sarebbe un bel modo di chiudere questo blog, accomiatarmi con la simpatica soddisfazione degli ultimi 3 commenti, 2 dei miei primissimi amici conosciuti sulla rete (bello leggerli ancora oggi come se fosse due anni fa), 1 di un ameno anonimo che dio ti abbia in gloria e cento di questi blog. Ma non penso che smetterò di infestare il virtual aere colle mie digitazioni, no, non ora che ho acquistato la lettrice più importante che ci sia.
A tal proposito, vorrei argomentare.
Che si parla tanto di emozioni e di percezioni, di crimini e di criminalità percepita, di chi vende il gelato e di chi vende un'emozione. A me sta cosa mica mi convince. A ben guardare c'è sempre stato chi pensava sarebbe successo qualcosa e poi invece è stato smentito dall'opposto esatto, e io non sono - per fortuna - tanto presuntuosa da pensare di prevedere il futuro, ma c'è una cosa che mi fa preoccupare. Abbiamo perso completamente (COMPLETAMENTE) il senso dell'altruismo. Non dico che ci sia mai stato nell'essere umano, in fondo io penso che l'uomo al suo stato naturale non sia né buono né cattivo ma una gradevole via di mezzo. Mi preoccupa però vedere nei miei contemporanei (e non parlo di politicanti o potenti o imprenditori o intraprendenti, ma di gente come me, cioè di tutti i signori nessuno che come me aspettano solo di morire) una specie di impulso ad arraffare tutto quello che c'è finché ci si riesce, come se fossimo nella perpetua imminenza di una catastrofe che chissà mai se accadrà.
Cent'anni fa si pensava che il progresso non si sarebbe mai arrestato, ora sappiamo che il petrolio, le materie pregiate, finanche l'acqua, prima o poi si esauriranno. Sto cercando un filo conduttore, ma trovarlo senza lasciarmi accalappiare dalle teorie del complotto è difficile.









