Avete presente quando state ascoltando un disco, e quando una canzone finisce vi viene subito in mente quella successiva, senza che la ascoltiate veramente? Oppure quando aspettate tanto prima di fumare una sigaretta, solo perché volete prima farvi un caffè?
Il satanista si contorce nella ricerca di se stesso, ma in fondo ha paura di sapere di non essere così inaccessibile. Il testimone di Geova si punisce quando si masturba, ma in fondo ha paura di sapere che le due cose coincidono.
Quando la ragazza scoprì di essere incinta si chiese come potesse essere possibile, non avendo mai fatto l’amore con nessuno. Ma nel caos l’amore e l’odio si confondono. E ripensandoci su la ragazza si convinse di aver odiato tantissimo. Pensò di poter rimediare facendo beneficenza, e fece domanda alla Croce Rossa. Fu rifiutata perché pesava troppo, e si mise a dieta. Provò la dieta dello yogurt, quella del minestrone e quella della luna, ma continuava a ingrassare. Il bambino nacque ruttando, e i medici la misero in castigo, in una stanza dell’ospedale che gli infermieri non conoscevano. Si cibò di pazienza e si armò di vendetta. Passata la quarantena la ragazza ricominciò ad odiare e rimase ancora incinta, stavolta erano gemelli. Pensò di abortire e subito le comparvero di fronte due volontari del Movimento per la Vita, che le dissero che se avesse abortito loro l’avrebbero uccisa, oppure avrebbero telefonato al grande capo per condannarla a tormenti eterni. Lei rubò i loro tesserini, li bruciò, e i volontari, che assomigliavano terribilmente a Grazia e Graziella, si dissolsero in una nube di incenso. La ragazza rese Grazie a Dio e partorì.
I due gemelli erano felici di essere gemelli. Condividevano tutto, avevano gli stessi vestiti e due macchine uguali. Si divertivano a prendersi gioco della gente e non sapevano mai chi dei due avesse cominciato a ridere per primo. Pur avendo finito la scuola in anni diversi continuavano a festeggiare il compleanno lo stesso giorno. Ma si erano scambiati le identità talmente tante volte che ormai non si riconoscevano più. Ognuno parlava ogni volta come se dovesse impersonare l’altro, ma l’altro non esisteva se non nei loro ricordi. Non discutevano più, non litigavano più, si davano ragione vicendevolmente per paura di essere l’uno nel torto dell’altro. Provarono a diversificare le loro strade, ma dovettero rinunciarci, ricominciare da zero era troppo pesante, se fatto da soli. Decisero di rimanere insieme, e non crearono mai più problemi, a nessuno, neanche a loro stessi. Finché uno dei due non morì.
Il gemello vivo non sentiva la mancanza del fratello. Tra l’altro non sapeva neanche chi dei due fosse morto. Passò un po’ di tempo a piangere, poi spense la luce. Nessuno a cui dare ragione, pensò. Nessuno da complimentare. Forse poteva finalmente ricominciare a divertirsi. Ma il suo cervello era monco, e anche il suo corpo si muoveva a metà. Partì, e andò in Grecia, e in Madagascar e in Thailandia e infine a Capo Vaticano, dove il cocco è più simpatico che mai. Trovò una donna, e poi se ne fece anche un’altra, e un’altra ancora, e sparse la Calabria di figli suoi, o di suo fratello. Non fece il padre, non ne ebbe il tempo, dovendo imparare di nuovo a vivere. Rivide sua madre, entrambi sul letto di morte, e si riconobbero solo quando lui la prese a calci nello stomaco. Morirono tenendosi per mano, lui che si lamentava di essere così fortunato, lei che la mano non ce l’aveva più, essendosela tagliata per un fioretto che aveva fatto alla Madonna Vergine Incoronata Addolorata del sangue di Cristo suo figlio buon Gesù.
I figli del gemello morto per ultimo non si conoscevano. Erano cresciuti in città diverse, e nessuno sapeva dell’esistenza degli altri. Ognuno aveva del loro padre solo l’immagine che la madre di turno gli aveva insegnato. C’era chi pensava che fosse un uomo pio, c’era chi lo odiava, c’era chi credeva fosse un Dio del sesso. Tutto questo fino a quando non si incontrarono tutti su un pullman che da Reggio Calabria andava a Messina, attraversando il fantastico ponte sullo stretto che meno male che dopo tanto tempo. Si guardarono, e dopo aver pensato ciascuno di essere pazzo si riconobbero, tutti perfettamente uguali. Il pullman sembrava una camera degli specchi. E l’autista non poté godere di quello spettacolo essendo cieco. I figli del gemello ci misero un po’ a capire, qualcuno ci mise addirittura un po’ di più, ma quando capirono tutti ci fu un abbraccio collettivo che coinvolse anche gli acari dei sedili. Pur parlando ognuno un dialetto diverso fu il sangue a farli comprendere, e fra bonarie prese in giro, abbracci ripetuti e discussioni filosofiche, tutti afferrarono la morale della storia. Fu in quel momento che l’autista si ricordò di essere cieco, e per rispettare il copione andò a sbattere contro il guardrail, precipitando il pullman nelle limpide acque del mar Mediterraneo. I corpi furono ripescati, tutti in perfetto stato di conservazione, e diventarono l’attrazione principale del museo “Volemose bene, che tanto che ce frega di trovare a tutti i costi delle differenze o delle similitudini”.
Quando si sanno tutte le canzoni del disco non è detto che rimanga in mente la più bella. Continua a risuonare quella più vicina alle immagini dei nostri pensieri, oppure quella che si è appena ascoltata nella pubblicità in tv. Ma ogni volta è una sorpresa.
La sigaretta dopo il caffè non ha un sapore diverso, anche se fumata prima. Le nostre costruzioni mentali cambiano solo quando noi lo vogliamo. E nessuno nasce con una sigaretta in mano.